Il sito accoglie l’edizione digitale di 35 poesie scritte da Bartolo Cattafi tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta del Novecento. Le liriche appartengono alla grande stagione poetica di L’osso, l’anima (1964) e sono inizialmente pensate per specifiche sezioni di questa raccolta, come emerge dalle annotazioni autoriali rintracciate in alcuni scartafacci. Dopo numerose revisioni e significative rielaborazioni, esse sono tuttavia inspiegabilmente espunte dal progetto finale. Cattafi non le pubblicherà in nessuna delle successive opere. Edite soltanto dopo la morte dell’autore, prima da Paolo Maccari (2003) e poi da Diego Bertelli (in Cattafi, 2019), esse sono prove di evidente valore poetico e, al contempo, casi studio di significativo interesse filologico.

Interrogarsi sulle ragioni alla base della singolare e tardiva esclusione conduce a vagliare una pluralità di ipotesi.

In alcuni casi, la causa potrebbe essere individuata nel mancato raggiungimento di una forma stabile e definitiva che soddisfacesse il poeta, indicativo è a tal proposito che alcuni testi siano privi di titolo e che altri siano costellati da varianti adiafore, tra le quali dunque l’autore non sceglie.

In altri casi, invece, un ruolo decisivo potrebbe aver avuto l’ostinata ricerca di una via originale e il tentativo di scongiurare una temuta monotonia tematica e formale. La resa espressiva e il portato ritmico di alcuni dei componimenti rifiutati rimandano, in effetti, a quello di altri testi confluiti invece nella silloge del ‘64. I versi di Pallottola, ad esempio, come nota anche Maccari (2003), sono molto simili a quelli di Colpo (L’Osso, l’anima, 1964).

Non è da escludere, infine, che nell’estromissione di alcune poesie abbia influito un latente processo di autocensura che porta Cattafi a espungere proprio quei versi in cui la vena erotica assume le più dure nuance dell’invettiva, come in Ape, formica.

Nella convinzione che questi testi esibiscano alcune tappe essenziali del percorso di formazione della raccolta, capaci di mettere in luce altri inediti aspetti di quella «radiografia di un universo dolente e dissestato» (Maccari, 2003) che L’Osso, l’anima rappresenta, se ne propone qui un’edizione scientifica digitale. Essi sono presentati in una prospettiva genetica finalizzata a mostrare il profondo lavoro di revisione che li interessa. Al centro della proposta editoriale di ciascuna lirica è l’indagine del movimento della scrittura e delle diverse testualità provvisorie che lasciano traccia sulla pagina autografa. Le redazioni delle poesie, con le rispettive varianti, le aggiunte, le espunzioni realizzate da Cattafi, sono presentate l’una accanto all’altra attraverso una visualizzazione sinottica (gli standard di visualizzazione adottati sono stati quelli di Versioning Machine 5.0) che potenzia la rappresentazione della genesi testuale e offre la possibilità di navigare attraverso una scrittura plurale e aumentata.

L’esplorazione di questi testi, non meno interessanti di quelli che l’autore decide di pubblicare, arricchisce la riflessione sull’opera cattafiana. I testi passati alle stampe, infatti, come sottolinea Dante Isella, «altro non sono che istanti di un continuum, cristallizzazioni transitorie, pause sospese alla fugacità di un attimo prima che tutto rientri nel circolo dell’esistenza» (Isella, 1987, p. 274).

Questo corpus appartiene a una stagione fondamentale della produzione di Cattafi ma anche a un «momento decisivo per tutta la cultura nostrana e per la poesia in particolare» (Bertelli, p. 291). Il suo studio vuole incoraggiare la valorizzazione delle straordinarie e troppo spesso inesplorate officine degli scrittori e spalancare le porte a inattese suggestioni ermeneutiche, ancora più preziose quando ci s’interroga su un’opera come quella di Bartolo Cattafi: così «violentemente calamitat[a] dall’oggetto metafora» (Raboni, p. 25) eppure pienamente contaminata dalle struggenti domande e dalle dolorose contraddizioni dell’uomo dell’oggi.

CONTATTI

alba.castello@unipa.it

error: Contenuto coperto da ©copyright